“Radunatevi per Essere Perfezionati ma Non Perfetti”

Gaylamarie Rosenberg
Discorso tenuto alla BYU il Venerdì, 1 maggio 2020
in occasione della  Conferenza delle Donne

Le due scorse estati io e mio marito abbiamo vissuto l'esperienza unica del percorrere "la via di San Giacomo" attraverso la Spagna settentrionale, conosciuta come il Cammino di Santiago. Il pellegrinaggio venne avviato più di 1000 anni fa per celebrare la diffusione del Cristianesimo in Europa, tradizionalmente per onorare l'apostolo Giacomo per i suoi insegnamenti in Spagna. Molte persone camminano in onore di Cristo - celebrando come Cristo le abbia aiutate, o camminano cercando il Suo aiuto e guarigione.
 
Il Cammino di Santiago è caratterizzato da dolci colline verdi, ruscelli scintillanti, bellissimi fiori selvatici, affascinanti chiese medievali e pittoresche cittadine con molte mucche! L'anno scorso 347.000 persone provenienti da 187 paesi hanno percorso tutto o parte del Cammino, con la sua tratta più tradizionale di 500 miglia (circa 800 km).[1]
 
La mia parte preferita di questa esperienza è stata guardare le persone creare connessioni. Un padre aveva portato il figlio particolarmente intelligente per disconnetterlo dal suo computer e aiutarlo a valorizzare la connessione con Dio e gli altri. Un'altra persona aveva affrontato il percorso per guarire dall'insicurezza e dall'amarezza derivanti da due matrimoni violenti. Il suo obiettivo era aprire il suo cuore a Cristo e cercare il Suo potere di guarigione mentre camminava. Una studentessa universitaria mi disse di voler sapere se Dio l'amava e si prendeva cura di lei: “Crede in me? Con tutte le persone del mondo, c'è davvero un Dio in paradiso che mi conosce personalmente?" Ogni persona aveva la sua ragione per camminare.
 
Ciò che ho ammirato di più sono stati coloro che hanno cercato di avvicinarsi a Cristo nel loro cammino.
 
Parlando di un amico, William E. Berrett osservò: "Potremmo scaldarci le mani con il fuoco della sua fede."[2] Amo questa metafora perché mi immagino un lungo viaggio, percorrendo i sentieri della vita insieme, con fuochi serali per scaldarci le mani. Sul percorso del Cammino ho visto spesso i nostri studenti della BYU scaldarsi le mani con la fede di coloro che li circondavano. Allo stesso modo, il fuoco della loro fede ha riscaldato le mani di molti estranei che hanno incontrato da tutto il mondo, riuniti per condividere la loro esperienza la luce e il calore del nostro Salvatore.
 
RIUNITI IN UNO

Perché è essenziale riunirsi durante il nostro pellegrinaggio mortale? Ho visto estranei riunirsi per onorare Cristo e per ricordarci che apparteniamo tutti gli uni agli altri, fratelli e sorelle nell'eterna famiglia di Dio. Il Signore ci insegna: “Affinché possiate essere radunati in uno, affinché possiate essere il mio popolo, e io sarò il vostro Dio” (DeA 42:9).
 
Cosa significa essere riuniti in "uno?" Durante questa pandemia del COVID-19, sentiamo la mancanza del riunirci. Molti si sentono soli in questo periodo di distanziamento sociale. Ma il Signore ci ricorda che non siamo mai soli, siamo «eternamente circondati dalle braccia del Suo amore» e della Sua salvezza (vedere 2 Nefi 1:15, Alma 34:16). Possiamo approfittare di questo tempo per dedicarci ai nostri incontri più importanti - quelli con Dio e con la famiglia.
 
C'è un netto contrasto tra le parole "solo" (alone) e "espiare" (atone) anche se entrambe si basano su uno stesso concetto: "uno" (one) Essere soli significa essere isolati, senza aiuto e senza nessuno presente. Al contrario, "espiare" significa diventare uniti o riconciliarsi.[3] La buona notizia dell'Espiazione è che non siamo soli! Abbiamo il Salvatore! Ci invita ad unirci, ad essere uno con Lui. Con Lui progrediamo. Diventiamo la parte migliore di noi stessi con Lui. Abbiamo speranza e felicità grazie a Lui.
 
Cristo ci invita alla perfetta unità con Lui e con nostro Padre. “Affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità” (Giovanni 17:22-23). Il nostro Salvatore ci riunisce per essere perfezionati in Lui. L'anziano Gerrit W. Gong ha insegnato: «Il nostro fuoco di fede può incoraggiarci a ricordare che la perfezione è in Cristo, non in noi stessi o nel perfezionismo del mondo.»[4]
 
Oggi vorrei discutere del percorso verso la perfezione, ma prima è importante comprendere l'impatto paralizzante del perfezionismo.
 
IL PERFEZIONISMO

La psicologa Brene Brown descrive il perfezionismo come "un sistema di credenze autodistruttive che dà assuefazione e che alimenta questo pensiero primario: 'Se ho un aspetto perfetto, vivo perfettamente e faccio tutto perfettamente, posso evitare o ridurre al minimo i dolorosi sentimenti di vergogna e giudizio... Il perfezionismo non è auto-miglioramento... si tratta di cercare di guadagnare approvazione e accettazione... [È] una profonda paura di fallire, commettere errori e deludere gli altri."[5]
 
In The Great British Baking Show, vediamo i concorrenti sfidarsi per vedere chi diventerà il "Migliore Pasticcere." Questa competizione per pasticceri amatoriali consiste in sfide "tecniche" e "spettacolari" per fare biscotti, torte, e pane. I due giudici spesso introducono una sfida tecnica dicendo: "La consistenza deve essere perfetta, i sapori devono armonizzarsi magnificamente, ogni elemento deve essere esattamente uguale. Non ci aspettiamo niente di meno della perfezione!” Lo stress sui volti dei concorrenti è travolgente. Il sollievo arriva finalmente quando ci viene annunciato che "il tempo è scaduto," con alcuni concorrenti che crollano sul pavimento come se fosse stato rilasciato il vapore da una pentola a pressione. Lacrime di delusione scorrono quando qualcosa era troppo cotto, i sapori non erano ben abbinati o la consistenza era pastosa. Noi stiamo incollati allo schermo, con l'acquolina in bocca per assaggiare solo uno di quei biscotti da tè al burro decorati con glassa allo sciroppo d’acero e noci pecan. Rimaniamo sbalorditi dal fatto che qualcosa di così delizioso possa essere chiamato un fallimento. Deve davvero essere "perfetto" per essere di successo? È solo uno spettacolo di pasticceria, ma cosa facciamo nella vita reale? Creiamo inutilmente pressione con un simile standard di perfezione?
 
I social media sono il campo di battaglia del perfezionismo. Pensiamo: “Kate è una cuoca gourmet e una governante immacolata; mentre mio marito si fa il bucato da solo ed è fortunato ad avere un piatto di zuppa.” Oppure, "sulla pagina Facebook di Anne, i suoi 10 bellissimi bambini sono l'immagine della perfezione, mentre noi ci svegliamo alle 10:00 e rimaniamo in pigiama tutto il giorno." Oppure, "riesco solo a fare brownies, cucinare zuppe, e fingere di essere una mamma perfetta!"
 
Il perfezionismo si nutre dell’insicurezza. “Non ce la posso fare”, ci diciamo. "Non sono capace come lei e mi sento troppo sopraffatta per fare tutto." Mi sento come lo sticker per paraurti che dice: "Dio mi ha messo sulla terra per realizzare un certo numero di cose. In questo momento sono così indietro che non morirò mai!” Se le tue debolezze sono schiaccianti, non sei solo! Tutti abbiamo delle imperfezioni. Nessuno è esente. E a nessuno di noi piacciono. L'anziano Jeffrey R. Holland ci ha insegnato:
 
“Fratelli e sorelle, fatta eccezione per Gesù, non ci sono state vite impeccabili in questo viaggio terreno che stiamo facendo, quindi spero che nella vita ci sforzeremo di migliorare continuamente, senza però essere ossessionati dal comportamento che gli esperti definiscono “perfezionismo tossico.”[6]
 
LA PERFETTIBILITÀ

Sono grata che il nostro Padre celeste non si aspetti che siamo perfetti, o non ancora. Dio non ha pianificato che noi avessimo abilità perfette in questa vita, ma che abbracciassimo la nostra perfettibilità, cioè la capacità di diventare perfetti come Lui è... alla fine.
 
Il presidente Russell M. Nelson ci aiuta a capire il versetto: "Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste" (Matteo 5:48). Spiega che "perfezione" deriva dalla parola greca teleios, che significa completo, aver raggiunto una fine lontana, essere pienamente sviluppato, o aver finito.[7] Nessuno è completo e pienamente sviluppato, ma siamo solo nelle prime fasi del nostro eterno pellegrinaggio.
 
"Non ci sono persone comuni," scrisse C.S. Lewis, "solo potenziali dei e dee in mezzo a noi."[8] Abbiamo il potenziale per diventare come i nostri perfetti Genitori Celesti. Questo è il nostro obiettivo a lungo termine, ma cosa facciamo riguardo al nostro obiettivo a breve termine di affrontare il nostro attuale stato di imperfezione?
 
L'anziano Maxwell ha insegnato: ”Non c'è modo in cui la Chiesa possa descrivere onestamente dove dobbiamo ancora andare e cosa dobbiamo ancora fare senza creare un senso di immensa distanza.”[9] Tutti sentiamo il divario tra dove siamo e dove dobbiamo andare, proprio come i pellegrini del Cammino nei primi giorni del loro viaggio, che si chiedono se raggiungeranno mai la loro destinazione a miglia di distanza.
 
I sentimenti di inadeguatezza non devono impedirci di andare avanti; sono spesso il mezzo stesso con cui apriamo i nostri cuori e cerchiamo la compagnia del Salvatore. In DeA 62:1 leggiamo: “Gesù Cristo, [è] il vostro avvocato, che conosce la debolezza dell’uomo e sa come soccorrer[li.]” Non siamo lasciati soli a superare sentimenti di inadeguatezza e debolezza.
 
Il Salvatore si offre di essere il nostro compagno di cammino, come con Enoc quando dubitò di sé: “Tu dimorerai in me e io in te; cammina dunque con me” (vedi Mosè 6:31-34).
Vorrei evidenziare tre cose che possiamo fare durante il nostro pellegrinaggio mortale per superare i sentimenti di insicurezza: 1 - Essere pazienti con il progresso, 2 - Concentrarci su ciò che possiamo fare invece di ciò che non possiamo fare, e 3 - Vedere noi stessi come ci vede Cristo.
 
1-ESSERE PAZIENTI CON IL PROGRESSO
 

Dieci giorni dopo esserci sposati, io e mio marito partimmo per la Spagna per dirigere un gruppo di studio all'estero a Madrid. Ero entusiasta di imparare da lui dato che era un professore di letteratura spagnola. Eravamo entrambi grandi quando ci siamo conosciuti e ci sentivamo fortunati nell’esserci trovati, finalmente. Ci corteggiammo per poco prima di sposarci,  poi corremmo in Spagna quando ancora non ci conoscevamo da molto. Mi ero appena laureata in Scienze della Famiglia ed ero determinata a mettere in pratica le abilità e le teorie che avevo studiato sul mio nuovo marito. Ero sicura che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto fin dal primo giorno!
 
Diverse settimane dopo la nostra partenza, mi sentivo un po' trascurata perché la sua mente sembrava essere distratta dal suo lavoro. Un giorno lo guardai e dissi: "A volte mi sembra che ami la Spagna più di me." Rispose sorridendo: "Beh, conosco la Spagna da più tempo." Non mi fece ridere. Lui lo trovava divertente. In fin dei conti, era una domanda sciocca: è ovvio che amasse me più della Spagna. Mi aveva appena sposata! Vide lo sguardo serio sul mio viso e disse qualcosa del tipo: "Possiamo semplicemente goderci dove e chi siamo senza pretendere che il nostro matrimonio sia già perfetto?" Mi stava esortando ad essere felice del nostro matrimonio così com’era in quella fase e a non scoraggiarmi per ciò che non avevamo ancora creato. Dopotutto, eravamo sposati da solo un mese! Quel giorno imparai qualcosa di importante sulla pazienza, la perfezione e il processo di creazione.
 
IL PROCESSO DI CREAZIONE
 
Dio è un Creatore paziente. L'anziano Richard L. Evans ha insegnato: "Sembra ci siano poche prove che il Creatore dell'universo abbia mai avuto fretta. Ovunque, su questa terra bella e generosa, fino ai confini più remoti del firmamento, ci sono prove di uno scopo paziente e di un progetto e un lavoro e un’attesa.”[10] In Genesi 1, leggiamo il racconto della creazione della terra. Il versetto 10 termina il terzo giorno della creazione con la frase: "E Dio vide che questo era buono." Successivamente, giorno dopo giorno, impariamo la stessa cosa: ogni giorno era buono. Dio era contento di ciò che aveva creato fino a quel momento. Non gli importava se il secondo giorno non avessero ancora creato bellissimi fiori ed alberi. Dio stava benissimo il quarto giorno anche senza gli animali. Mio marito mi ricordò: "Alla fine del quinto giorno Dio non disse: 'Dopo tutto questo lavoro e tutto questo tempo, tutto ciò che ho da mostrare per i miei sforzi è il pesce!'”[11] Dopo ogni giorno di creazione, Dio era soddisfatto di quel giorno e dei progressi verso il settimo giorno.
 
Il nostro Padre Celeste vede la nostra perfettibilità allo stesso modo: ogni singolo giorno o fase è buono, anche le fasi imperfette. Credo che ci direbbe: “Siete bravi! Guardate i  progressi che avete fatto oggi. Guardate come vi ho già benedetto.” Possiamo provare soddisfazione nei nostri progressi ogni giorno, per quanto imperfetti e complicati possano sembrare, e prepararci per il giorno successivo. Non dovremmo pensare che Dio possa essere deluso da noi solo perché non abbiamo ancora raggiunto il settimo giorno di riposo. Ogni giorno è buono —e necessario—ai Suoi occhi.
 
La richiesta di mio marito di “godermi dove e chi siamo e di non aspettarmi che il nostro matrimonio fosse già perfetto” era un invito alla pazienza. Mi ha invitato a vedere la bontà e la crescita nel momento presente. Come il processo di creazione, potevo essere felice del mio matrimonio e godermi ogni giorno in cui potevamo crescere insieme invece di aspettarmi che fosse già perfetto e completo. Mi diede pace il fatto che non si aspettasse che fossi perfetta e mi ricordò di fare lo stesso per lui.
 
La pazienza ci permette di camminare insieme senza che le nostre imperfezioni blocchino il nostro cammino.
 
UN PROGRESSO GRADUALE INVECE DI UNA PERFEZIONE IMMEDIATA
 
L'impazienza ci rende ciechi alla bontà di fronte ai nostri occhi. Non notiamo la spazzatura che nostro marito ha portato fuori perché vorremmo che leggesse un libro ai bambini. Non riconosciamo una figlia che ha appena detto "grazie" perché vorremmo che raccogliesse i vestiti sporchi. Ignoriamo il vicino che ha rastrellato le foglie perché vorremmo che tagliasse il suo albero che perde le foglie. Non riusciamo ad apprezzare il gesto di un fratello nel farci gli auguri di buon compleanno perché in ritardo di 10 giorni.
 
Quando siamo impazienti, ci perdiamo la bontà e la crescita quotidiana, perché non è abbastanza, vogliamo che sia migliore ora!
 
Al contrario, la pazienza ci aiuta ad amare gli altri indipendentemente dalle loro imperfezioni. Ci godiamo l'un l'altro senza l’aspettativa di dover essere migliori per farlo.
 
Un giorno mia figlia mi portò la colazione a letto per la festa della mamma: toast bruciati, uova cotte fino alla morte e del succo rovesciato, accompagnati da un biglietto scritto a mano: "Ti amo, mamma." Non potevo arrabbiarmi con lei per aver combinato un disastro in cucina. Ero solo felice di essere sua madre. Concentrarci su chi sono i nostri figli invece di chi non sono ci permette di fare tesoro di chi sono oggi. Concentriamoci sul progresso graduale anziché sulla perfezione immediata! “Voi non siete in grado di sopportare la presenza di Dio ora... pertanto, continuate con pazienza fino a che siate resi perfetti” (DeA 67:13).
 
Nel nostro cammino personale, possiamo immaginare l'invito del Salvatore: "Vieni con me! Vieni a scaldare le tue mani davanti al fuoco della Mia pazienza! Guarda come ti ho già benedetto! Cammina con me e insieme ti sarà resa nota la gloria del tuo potenziale, giorno per giorno".
 
2- CONCENTRARCI SU QUELLO CHE POSSIAMO FARE INVECE DI QUELLO CHE NON POSSIAMO FARE
 
Mi ricordo di un incontro genitori-insegnanti quando mia figlia era in quarta elementare. La sua insegnante mi disse come mia figlia stesse andando, sia a livello accademico che sociale, e poi disse: “Ricordi, tutto ciò su cui si concentrerà, aumenterà. Se si concentra sul negativo, aumenterà. Se si concentra sul positivo, aumenterà.” Ripetè lo stesso messaggio tre volte durante il nostro incontro. Mentre me ne stavo andando, mi disse di nuovo: "Lo sa, l'unica cosa che vorrei che i genitori ricordassero è che tutto ciò su cui si concentrano insieme ai loro figli aumenterà." Sorrisi dicendo: "Penso di aver capito." E non l’ho dimenticato.
 
“La gioia che proviamo,” ci ha ricordato il Presidente Nelson, «ha poco a che fare con le circostanze in cui viviamo ma dipende totalmente da ciò su cui incentriamo la nostra vita”[12]: un promemoria opportuno durante questi tempi incerti. La gioia aumenterà se ci concentreremo su ciò che possiamo fare invece di ciò che non possiamo fare e su ciò che abbiamo invece di ciò che non abbiamo.
 
Lo psicologo Dan Baker spiega che la paura è nemica della felicità: “La paura odierna, rientra quasi sempre in una di queste due categorie: paura di non avere abbastanza e paura di non essere abbastanza….Ma concentrarsi sulle debolezze, e su qualsiasi altra cosa negativa, rafforza solo la paura.”[13]
 
Concentrarsi sulle paure alimenta l'insicurezza. Sentiamo frasi del tipo: "Non so abbastanza. Non ce la posso fare. Non sono abbastanza intelligente, abbastanza talentuoso, abbastanza bello, abbastanza bravo." Temiamo semplicemente di non essere abbastanza.
 
Dopo tre mesi dall’inizio della mia missione in Guatemala venni incaricata di addestrare una nuova missionaria, gestire un'area di proselitismo e ad addestrare i dirigenti di tredici rioni e rami sui principi del benessere. Ero paralizzata dalla paura perché non parlavo bene lo Spagnolo. Non riuscivo a capire cosa mi stessero dicendo i guatemaltechi e loro non avevano idea di cosa stessi cercando di dire io a loro!
 
Il giorno dei trasferimenti mi avvicinai al mio presidente di missione (un ex colonnello dei Marines!) e gli dissi: "Presidente, non vorrei mai dubitare della sua ispirazione, ma è sicuro che non stava pensando a qualcun’altra?" Mi guardò e rispose severamente: "Sorella, ho avuto le stesse preoccupazioni sulle tue capacità che hai tu, perciò sono tornato dal Signore e si è arrabbiato con me per aver dubitato di te." Poi si voltò e se ne andò. Ero senza parole. Mentre si allontanava, pensai: "Wow, il Signore sa davvero chi sono! Pensa che posso farcela! Se vuole che io faccia questa cosa, allora ha veramente intenzione di aiutarmi." Poi, per ispirazione mi venne in mente una domanda: "Sei disposta?" Ero disposta a confidare nel Signore e a provare con le capacità che avevo in quel momento? Quell'esperienza mi stimolò a concentrarmi su ciò che potevo fare invece di ciò che non potevo fare.
 
Sapere dal mio presidente di missione che il Signore non dubitava delle mie capacità, mi diede la determinazione di mostrare a Dio che non avevo dubbi sulla Sua capacità di aiutarmi.
 
L’OFFERTA DELLA VEDOVA
 
Dio ci chiede di iniziare da dove siamo e da lì andare avanti. Potremmo chiederci: "Cosa posso fare oggi con ciò che so e con le capacità che possiedo in questo momento?"
 
La povera vedova gettò due spiccioli —la sua offerta a Dio — molto piccola, ma sufficienti (vedi Marco 12:43-44). Di solito pensiamo alla storia dell'offerta della vedova in termini di offerte in denaro, ma si applica anche a tutti i nostri doni al Padre celeste.
 
Offriamo ciò che abbiamo, come questa vedova — per quanto apparentemente poco possa essere— sapendo che il nostro sforzo è gradito e sufficiente per il Signore. La vedova si concentrò su ciò che poteva dare, non su ciò che non poteva. Allo stesso modo, concentrarsi su ciò che possiamo fare e mostrare la nostra buona volontà a provare, è un segnale per Dio che cerchiamo il Suo aiuto per accrescere le nostre capacità.
 
Concentrarci sulle nostre debolezze ci rende ciechi verso “le offerte” che siamo in grado di offrire. Una figlia salta le prove di calcio perché teme di non essere abbastanza brava, eppure ignora la sua capacità di imparare velocemente e di lavorare sodo. Un giovane pensa che non dovrebbe servire una missione perché è timido, però ignora il proprio talento nell'amare le persone. Oppure, una madre che non porta da mangiare a un amico malato perché la sua capacità culinarie sono limitate, tuttavia trascura il suo talento nell’incoraggiare.
 
Baker aggiunge: «Ho scoperto che quando riuscivo ad aiutare le persone a trovare i loro punti di forza non avevano bisogno di combattere contro le loro debolezze.»[14] Il presidente Thomas S. Monson ci consigliò: «I vostri punti di forza sono superiori alle vostre debolezze. Trovare i nostri punti di forza, la nostra straordinaria forza, dovrebbe essere uno scopo del viaggio della vita.”[15]

Dio ha bisogno che noi troviamo i nostri doni, talenti e punti di forza e che li usiamo per fare del bene. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Insieme cresciamo. Possiamo imparare così tanto dalla bontà, i punti di forza e i talenti intorno a noi! Quando cerchiamo di vedere quanto migliori possiamo diventare, è già abbastanza per il Signore per lavorare con noi e benedire gli altri attraverso noi. 
 
Qualsiasi siano le nostre abilità, spesso ci sentiamo spinti al limite delle nostre capacità. Immagino il Salvatore unirsi a noi e placare le nostre paure, “Venite a scaldare le vostre mani vicino al fuoco della mia pace e forza. Non dubito della vostra abilità di contribuire, quindi non dubitate della Mia abilità di rafforzarvi.” “Chiunque è di cuore volenteroso farà un'offerta al Signore” (Esodo 35:5). Onoriamo Cristo offrendo quello che abbiamo e quello che sappiamo fare. 
 
3- VEDERE NOI STESSI COME CI VEDE CRISTO
 
Uno dei miei ricordi preferiti è quando guardavo le miei figlie, da bambine, sedute davanti allo specchio che si guardavano e ridevano. Quando sorridevano, il loro riflesso sorrideva. Se si accigliavano, il riflesso si accigliava. Quando ballavano, il riflesso ballava. Erano divertite da quello che vedevano di fronte a loro. 
 
Il più grande desiderio di noi genitori è che i nostri figli abbiamo un’immagine positiva di loro stessi. Il nostro Padre Celeste vuole lo stesso per noi. Ancora ricordo questa dichiarazione su un’immagine del Salvatore datami da una dirigente delle giovani donne, “Il più grande dono che possa farti è mostrarti come io ti vedo.” 
 
Molto spesso quello che vediamo nello specchio sono difetti e imperfezioni. Potremmo vedere qualcuno che è debole, timoroso, o senza talenti con troppe rughe e molto peso da perdere. Anziano Dieter F. Uchtdorf  disse: “Alcune persone non riescono ad andare d’accordo con se stesse. Si criticano e sminuiscono tutto il giorno… Posso suggerirvi di ridurre la fretta e prendere un pò di tempo per conoscere voi stessi meglio… Imparate a vedere voi stessi come il Padre Celeste vi vede - come Sue preziose figlie e figli con un potenziale divino.“[16]
 
Come possiamo vedere noi stessi come ci vede Dio?
 
L’apostolo Paolo ci dà un suggerimento in 1 Corinzi 13. Seguendo i versetti sulle caratteristiche della carità, leggiamo il versetto 12: “Ora infatti vediamo come per mezzo di uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo a faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò proprio come sono stato conosciuto.” Paolo non usa la parola “vetro,” come nella versione Inglese della Bibbia del Re Giacomo, lui usa la parola greca “specchio.” Oggi, abbiamo specchi che riflettono un’immagine chiara di noi stessi. Ma ai tempi di Paolo, lucidavano il metallo per utilizzarlo come specchio, che rifletteva solo un’immagine sfocata.[17]
 
Ciò che trovo molto affascinante è che Paolo spiega questi versi nel contesto della carità. Ci dà una chiave per capire come conoscere noi stessi come ci conosce Dio: riconoscere la carità di Dio per noi, condividere la carità con gli altri, per poi cominciare a capire come ci vede Dio.
 
La carità è definita come “il puro amore di Cristo” (Moroni 7:47), il più grande di tutti i doni spirituali. Quando comprendiamo il puro amore di Cristo per noi, guardiamo noi stessi in modo differente. Quando condividiamo la Sua carità con gli altri, raggiungiamo un carattere raffinato come il Suo. Poi guardiamo nello specchio e vediamo il chiaro riflesso di Cristo sul nostro volto (vedere Alma 5:19).
 
Paolo insegnò che noi ora vediamo un’immagine sfocata della nostra natura divina, ma quando riceviamo il puro amore di Cristo, ci vedremo come ci vede Cristo. 
 
RICONOSCERE LA CARITA’ DI CRISTO
 
Riconosciamo la carità di Cristo verso di noi? Non molto tempo fa, uno dei miei studenti disse: “Non credo di meritarmi l’amore di Dio. Ho fatto troppi errori e commesso troppi peccati. Trovo difficile credere che il Salvatore possa vedere in una persona sbagliata come me la possibilità di essere aiutata.” Il mio cuore si rattristò per lui.  
 
La lezione più importante che impariamo dal Salvatore riguardo al Suo sacrificio espiatorio è che ci ama! Ha pagato il prezzo per i nostri peccati perché ne valiamo la pena. Fece il possibile per superare la morte fisica e spirituale perché ne valiamo la pena. Rese il percorso della perfezione possibile perché ne valiamo la pena! Tutto ciò che ha fatto per noi, sembra voglia dire: "Ho fatto tutto per te, perché tu vali per me! Vali il mio aiuto per quello che sei realmente - un divino figlio di Dio con un potenziale divino -  ciò ti rende degno di aiuto!” Dio vuole che sappiamo quanto significhiamo per Lui.
 
Pensare alle caratteristiche della carità come descritte da Paolo ci può aiutare a capire come riconoscere la carità di Cristo: Egli soffrì per noi, è gentile con noi, sopporta tutte le cose, spera tutte le cose e sopporta tutte le cose per noi. Sorella Jean B. Bingham disse: “Gesù Cristo è la perfetta incarnazione della carità… il Suo dono dell’Espiazione e i Suoi continui sforzi per riportarci al Padre Celeste sono le ultime espressioni di carità.”[18]
 
Il Salvatore non ci abbandona quando non ci sentiamo persone degne.  Egli ci assiste amorevolmente a braccia aperte. Siamo abbastanza degni di essere amati da Colui la cui carità è più duratura delle nostre insicurezze.
 
CONDIVIDERE LA CARITA’ DI CRISTO
 
Come può condividere la carità di Cristo aiutarci a vedere gli altri e noi stessi con un occhio meno critico? Una madre disse: “Durante il periodo dell’adolescenza di nostro figlio, il suo comportamento era molto difficile da gestire. Avevo difficoltà ad amarlo. Ricordo che chiesi con tutto il mio cuore aiuto al Signore e la sensazione che sentì fu: Potresti sentire di non poterlo amare adesso, ma puoi amarlo per Me? Puoi mettere da parte la tua irritazione e amarlo per Me? Fu un punto di svolta nel mio rapporto con lui. Avevo il desiderio di amare mio figlio per Dio. Accadde qualcosa di bello nel modo in cui vedevo la bontà di mio figlio. Vedevo lui e me stessa in modo differente. E potei sentire un amore maggiore da Dio per entrambi.”
 
Possiamo amare per Cristo? Presidente Henry B. Eyring ha insegnato: “Il punto di partenza è dal nostro cuore… Possiamo cominciare oggi cercando di vedere coloro di cui ci prendiamo cura come il nostro Padre Celeste li vede e sentire un pò di quello che prova Lui per loro.”[19] Vedere gli altri attraverso gli occhi di Dio ci aiuta a sentire calore e compassione l’uno per l’altro e per noi stessi. Impariamo a vedere oltre alle imperfezioni, quando amiamo gli altri e noi stessi - per Dio. Condividere la carità di Cristo ci aiuta a superare sentimenti di incertezza quando pensiamo di meno alle nostre debolezze e di più ad amare per Lui.
 
Sperimentando e condividendo la carità del Salvatore, vediamo chi siamo e cosa possiamo diventare. Vediamo il riflesso di noi stessi nello specchio di Dio perché siamo Suoi figli, fatti a Sua immagine. 
 
Immagino Cristo che ci chiama sulla nostra strada rocciosa di insicurezza e che ci dice: “Venite a unirvi a me vicino al fuoco. Riscaldate le vostre mani con la Mia compassione. Vi amo! Vedo la vostra bontà. Vedo il vostro cuore. Vedo i gloriosi esseri che potete diventare. Smettetela di criticarvi e vedetevi come Io vi vedo.” “Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Giovanni 15:9).
 
PIU’ IN ALTO E PIU’ LONTANO CON CRISTO 
 
Percorrere il Cammino di Santiago in Spagna mi ha insegnato a stare “quieta.” Fu un’opportunità per stare in silenzio, riflettere e ascoltare. Mi venne ricordato che Dio era lì per me e mi motivava a mostrare a Dio che io ero là per Lui - ad ascoltarlo!
 
In un libro medievale sul Cammino di Santiago, abbiamo trovato un inno latino che ammonisce i pellegrini ad andare “sempre più in alto con l’aiuto di Dio.”[20] Percorrendo il Cammino di Santiago, ho visto persone radunarsi da tutte le parti del mondo ed andare “sempre più in alto” con l’aiuto del Salvatore. 
 
Tutti i percorsi del Cammino hanno il punto di arrivo a Santiago de Compostela, una città che ha preso il suo nome dall’apostolo Giacomo. Quando i nostri studenti arrivarono a Santiago, si abbracciarono, applaudirono e piansero mentre si riunivano per festeggiare il completamento di qualcosa di veramente difficile. Ciò che lo rese così significativo per loro furono i rapporti che si crearono mentre camminavano. Capirono quanto gli altri li avevano aiutati, di quanto loro erano in grado di aiutare e di come Dio li aveva aiutati. Sapevano che non avrebbero potuto completare il viaggio da soli. 
 
Ugualmente, non siamo da soli nel nostro eterno pellegrinaggio di ritorno alla presenza di Dio. L’Anziano Joseph B. Wirthlin ci ricorda di non mollare mai: “Oh, è meraviglioso sapere che il nostro Padre Celeste ci ama - anche con tutti i nostri difetti. Il Suo amore è tale che anche se noi dovessimo rinunciare a noi stessi, Lui non lo farà. Noi vediamo noi stessi in termini di ieri e oggi. Il nostro Padre Celeste ci vede in termini di per i. Anche se potremmo accontentarci di meno, il Padre Celeste non lo farà, perchè Egli ci vede come gli essere gloriosi che possiamo diventare.”[21] Dio ci aiuta; abbiamo “angeli intorno a noi per sostenerci” (D&C 84:88), a entrambi i lati del velo! Non sempre vediamo chi ci circonda per calmare le nostre paure, rafforzarci e donarci la pace. Ma ciò che sappiamo è che Dio ci aiuta! E soprattutto, Egli ha mandato Suo Figlio a percorrere il sentiero della perfezione con noi. 
 
Vediamo la prova delle impronte del Signore accanto a noi e riconosciamo il calore della Sua pazienza, la Sua forza e la Sua carità. Egli chiama: “Rimani in me, e io in te, dunque, cammina con me.” Onoriamo Cristo quando siamo pazienti con noi stessi e con gli altri. Lo onoriamo quando ci focalizziamo su ciò che possiamo fare, facendo del nostro meglio per costruire il Suo regno. Lo onoriamo condividendo il Suo puro amore con gli altri. So che Egli vive e ci ama. So che andremo più in alto e più lontano con il Suo aiuto. Nel nome di Gesù Cristo, Amen.
NOTE:
 

[1] Sito: https://oficinadelperegrino.com/en/statistics/ 2020. (English).
[2] Quoted by Boyd K. Packer, “A Tribute to the Rank and File of the Church,” Ensign, May 1980, 62. (English).
[3]Dizionario di Oxford online: alone, atone. (English).
[4] Gerrit W. Gong, “Il nostro falò di fede,” Liahona, Novembre 2018.
[5] Brene Brown, “The Gifts of Imperfection,” Hazelden Publishing, Minnesota, 2010, 56-57. (English only).
[6] Jeffrey R. Holland, “Voi dunque siate perfetti, alla fine” Liahona, Novembre 2017.
[7] Russell M. Nelson, “Perfection Pending,” Ensign, November 1995. (English).
[8] C.S. Lewis, L’onere della gloria.
[9] Neal A. Maxwell, “Notwithstanding My Weakness,” Ensign, November 1976. (English).
[10] Richard L. Evans, Conference Report, Oct. 1952, 95. (English).
[11] John R. Rosenberg, “The Syntax of Creation,” Humanities at BYU, Fall 2013, 2-3. (English).
[12] Russell M. Nelson, “Gioia e sopravvivenza spirituale,” Liahona, Novembre 2016.
[13] Dan Baker, What Happy People Know, St. Martin’s Press, New York, 2003, 71-76. (English).
[14] ibidem.
[15] Thomas S. Monson, “Guideposts for Life’s Journey,” BYU Devotional, November 13, 2007. (English).
[16] Dieter F. Uchtdorf, “Vivere in un mondo frenetico,” Liahona, Giugno 2015.
[17] Thomas Wayment, “The New Testament: A Translation for Latter-Day Saints,” Religious Studies Center, Brigham Young University, 2019, 307. (English).
[18] Jean B. Bingham, “Porterò la luce del Vangelo nella mia casa,” Liahona, Novembre 2016.
[19] Henry B. Eyring, “Feed My Lambs,” Ensign, November 1997. (English).
[20] Codex Calixtinus, Inno Dum Pater Familias.
[21] Joseph B. Wirthlin, “Il gran comandamento,” Liahona, Novembre 2007.
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Questo discorso è stato tradotto
da
Ilaria Silli, Sara Tartaglia e Alessandra De Martino