Guardare ai margini: Creare appartenenza

PHILLIP D. RASH

Psicologo e Professore clinico
4 Giugno 2019

Coloro che mi conoscono sanno che preferirei un ambiente più intimo per fare conversazione. Infatti, uno dei motivi per cui sono diventato un clinico è perchè preferisco le interazioni uno ad uno o con piccoli gruppi. Oggi siete venuti a questo devozionale con la speranza di ascoltare un oratore carismatico e dinamico. Immagino che mia mamma avesse ragione quando ha detto che non sempre otteniamo ciò che vogliamo. Mentre i miei nervi cominciano a sciogliersi, sento sinceramente che è bello essere con voi oggi.

La dichiarazione di intenti della Brigham Young University afferma: “Tutte le istruzioni, tutti i programmi e tutti i servizi alla BYU [...] dovrebbero contribuire allo sviluppo bilanciato dell’intera persona.”1 La stessa dichiarazione contiene anche l’idea che alla BYU “si ricerca la completa realizzazione del potenziale umano.”2 Tenete a mente questi due concetti importanti mentre continuiamo: Ci impegniamo a raggiungere (1) “lo sviluppo bilanciato dell’intera persona.” e (2) “la completa realizzazione del potenziale umano.”

Non molto tempo fa, BYU ha ospitato una nota studiosa che ha parlato del successo di uno studente. La Dott.ssa Laurie A. Schreiner ed altri studiosi hanno concettualizzato l’idea del successo universitario in un modo che riflette il linguaggio più ampio e comprensivo utilizzato nella nostra dichiarazione di intenti. La Dott.ssa Schreiner definisce il successo come: “studenti che ricavano il meglio dalla propria esperienza universitaria essendo intellettualmente, socialmente e psicologicamente impegnati.”3 In questa definizione troviamo quell’idea dello sviluppo bilanciato dell’intera persona.

Durante una conversazione con i dirigenti della BYU, la Dott.ssa Schreiner ha citato spesso una scrittura per aggiungere una dimensione spirituale alla sua definizione del successo di uno studente. In Giovanni 10:10, Cristo ha dichiarato: “Io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano ad esuberanza”. La vita ad esuberanza è senza dubbio caratterizzata dallo sviluppo dell’intera persona dalla completa realizzazione del potenziale umano, il nostro potenziale di diventare come i nostri genitori celesti. 

Creare un senso di appartenenza

Io credo fortemente che il nostro Padre Celeste desideri che noi viviamo una vita ad esuberanza. Allo stesso momento sono convinto che Colui che nota la caduta di un passero 4 desidera che il nostro tempo alla BYU sia di successo. Inoltre, credo che il Padre Celeste approvi l’ampia visione di uno studente di successo come prima descritto. Siamo molto più di un GPA (media dei voti) e siamo molto più di un voto di un compito o di un esame finale. Come è scritto nella dichiarazione degli obiettivi della BYU, un’educazione è intesa ad aiutare gli “studenti ad integrare tutte le parti della loro esperienza universitaria in uno stile di vita sacro”. 5 Il Padre Celeste vuole che viviamo, lavoriamo e studiamo, e di farlo abbondantemente.

Tuttavia, vivere una vita ad esuberanza come studente all’università non è una cosa dovuta e ci sono molti elementi necessari affinché un individuo abbia successo e viva ad esuberanza. Un fattore chiave, ora riconosciuto ampiamente nel campo dell’educazione, è provare o meno il senso di appartenenza sociale. L’appartenenza non è semplicemente avere un posto o persino adattarsi ad un luogo. Invece, appartenere significa dire che questo luogo è casa mia, che sono necessario e che ho uno scopo qui, che queste persone intorno a me mi capiscono e mi accettano. È sentire che la comunità si preoccupa e che vuole il meglio per me.

L’appartenenza è stata descritta come bisogno primario dell’uomo e la sua mancanza influenza il nostro stato emotivo, la nostra abilità di gestire lo stress, i nostri successi universitari e persino il nostro sistema immunitario.6

Appartenenza è più della semplice affiliazione. Essere ammessi alla BYU significa che uno studente sarà affiliato all’università per quattro anni o più. Per gli impiegati, essere assunti alla BYU garantisce un compenso per il loro lavoro. Nella misura in cui noi ci presenteremo al lavoro e faremo la nostra parte, tutto andrà bene. Tuttavia, le garanzie finiscono qui.

Per aiutare qualcuno a sentirsi parte di un qualcosa per davvero si richiede uno sforzo intenzionale da parte delle istituzioni così come la cooperazione di individui di buona volontà. L’appartenere richiama il coraggio di confrontare i nostri pregiudizi e sfida le supposizioni che facciamo nei confronti degli altri. L’appartenenza ingaggia coloro che sono abbastanza saggi da ascoltare ed abbastanza umili da ammettere ciò che non capiscono totalmente. Il desiderio e l’abilità di aiutare qualcun altro ad appartenere alla BYU, alla chiesa, nel nostro appartamento, nel vicinato...è una caratteristica di un buon discepolo.

Forse l’apostolo Paolo stava parlando di questa idea quando scrisse:

Affinché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre.

E se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; e se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.

Or voi siete il corpo di Cristo, e membra d’esso, ciascuno per parte sua.7

 Penso che siamo tutti d’accordo che la BYU sia un luogo decisamente omogeneo, come lo sono le comunità di Provo, Orem e la più distante, Springville. Dentro il campus sono costantemente circondato da una maggioranza di persone che si assomigliano, si vestono e, in generale, si atteggiano come me. Non devo sforzarmi molto per trovare qualcuno che abbia avuto delle esperienze di vita simili, che sia cresciuto in un quartiere simile, che sia stato cresciuto da una famiglia simile o che abbia avuto delle opportunità di istruzione simili. Quando arrivai al campus come studente negli anni 90, questi punti in comune -condivisi con colleghi e professori- mi permisero di sentirmi a mio agio molto velocemente, di conoscere buoni amici e di instaurare relazioni durature, di comunicare le mie necessità  e di trovare le risorse che mi servivano per fare del mio meglio. Il mio percorso dall’affiliazione all’appartenenza fu decisamente veloce e nonostante ci siano stati -e continuino ad esserci- degli ostacoli lungo la strada, il processo è stato relativamente facile.

Mi azzardo a dire che ci sono molti qui oggi che direbbero di aver avuto un’esperienza simile alla mia. Ovviamente nessuno è identico ad un altro essere umano in termini di esperienze, credenze o comportamenti; comunque sia, per molti di noi, i nostri punti in comune facilitano il senso di comunità ed il senso di appartenenza.

Mi azzardo anche a dire che ci sono degli individui in questo auditorium che direbbero di non aver avuto la stessa esperienza alla Brigham Young University. Potrebbero assomigliare a me o no. Potrebbero affiliarsi con le mie stesse comunità oppure no. Sfortunatamente, credo che ci siano individui che, per svariate ragioni, non si siano mai sentiti realmente parte dell’università. 

Infatti, nelle mie conversazioni con gli studenti, con le facoltà e con lo staff, viene fuori che molti dei nostri fratelli e sorelle si sentono come se vivessero in periferia o ai margini dell’esperienza della BYU.

Mi rendo conto che per alcuni di noi tutto ciò possa risultare difficile da credere quando è comparato alla nostra propria esperienza all’università o in qualunque altro posto. Dopotutto alcuni dicono che la BYU sia un posto accogliente. Gli studenti e lo staff sono abbastanza amichevoli e gentili. Il campus è meraviglioso e abbiamo club, gruppi sportivi e risorse. Forse coloro che non sentono di appartenervi semplicemente non ci stanno provando abbastanza.

Tuttavia, ho paura che questo atteggiamento ignori la complessità di ciò che noi definiamo emarginazione -o l’idea che ci siano coloro che, per molte ragioni diverse e circostanze di vita, si ritrovano ad essere ai margini di un dato gruppo o comunità. Non parliamo di semplice reticenza o riluttanza da parte degli individui. Spesso i fattori che posizionano e tengono gli individui ai margini o alla periferia di una data comunità sono estremamente complessi e spesso hanno delle profonde radici sociologiche e storiche.

Pertanto, nella tentazione di rispondere all’idea che alcuni tra i nostri fratelli e sorelle rimangono ai margini della società, dicendo << devono solamente provarci di più>> ci imbattiamo nell’avvertimento che Re Beniamino ha fatto:

Forse tu dirai: Quest’uomo si è procurato da sé la sua infelicità; perciò tratterrò la mia mano [...] poiché la sua punizione è giusta—

Ma io ti dico, o uomo, chiunque fa questo ha grande motivo di pentirsi; e a meno che si penta di ciò che ha fatto, perirà per sempre, e non ha parte nel regno di Dio. 8

Adesso sappiamo che Re Beniamino stava parlando riguardo al rifiutare coloro che sono in grave svantaggio economico - i mendicanti, per essere precisi. Ciononostante, esiste un importante parallelismo con il nostro atteggiamento quando veniamo a conoscenza che qualcuno nella nostra comunità non si sente completamente accettato. Dopotutto, come ci ha ricordato Re Beniamino, “non siamo tutti mendicanti?” 9

In qualche momento della nostra vita, non ci siamo tutti sentiti come se non fossimo parte di qualcosa? Sono sicuro che non ci vorrebbe molto tempo, per la maggior parte di noi, per ricordare quella volta nelle nostre vite in cui ci siamo sentiti stranieri o fuori posto. Probabilmente non lo sentiamo con la stessa intensità di alcuni dei nostri fratelli e sorelle ma forse lo sentiamo ancora in maniera personalmente significativa.

Ricordare il nostro Egitto

Nel corso dell’Antico Testamento, ai figliuoli di Israele venne ripetutamente comandato di occuparsi in maniera speciale di alcuni gruppi di persone. Questi includono i poveri e gli oppressi, le vedove, gli orfani e gli stranieri. Quando il Signore rivelò la Sua legge al profeta Mosè comandò: “Non opprimere lo straniero; voi conoscete lo stato d’animo dello straniero, poiché siete stati stranieri nel paese d’Egitto”. 10

Credo che sia ingiusto e inaccurato da parte mia, se comparassi la mia esperienza di non appartenenza a quella di coloro la cui identità culturale e razziale, il genere, lo stato socioeconomico o l’orientamento sessuale li ha messi ai margini della società per centinaia o migliaia di anni. Tuttavia ciò che il Signore ci ricorda con “voi conoscete lo stato d’animo dello straniero” ha l’intenzione di attivare una sacra empatia tra tutti noi. È come se mi parlasse dicendo: << Phil, sai cosa significa sentirsi emarginato. Ricordati del primo superiore alla East Minico Junior High School >>. Quello era il mio Egitto. Ho cinquant’anni e ancora ho il ricordo del pungiglione di quel periodo doloroso e imbarazzante della mia vita.

Il modo in cui rispondiamo come comunità universitaria ed il modo in cui rispondo personalmente a coloro che stanno ai margini è stato motivo di cruccio per molto tempo. Credo che possiamo e dobbiamo fare meglio. Ancor di più, credo che io possa e debba fare meglio. Il mio rapporto con Dio -il quale mi chiede di mostrarGli amore amando il prossimo- dipende da quello. Similmente, credo che il mio essere discepolo e il mio ministero personale debbano essere in gran parte definiti da quello. 

Il Ministero del Salvatore agli Emarginati

Fortunatamente il nostro amorevole Padre Celeste ci ha fornito un modello perfetto da seguire tramite Suo Figlio, Gesù Cristo. Anche se nessuno di noi sarà capace di seguire perfettamente le Sue orme, ci viene comunque chiesto di emulare Lui e le Sue opere.

Quando il Salvatore visitò gli abitanti di questo continente, insegnò molte cose sacre ed importanti. In 3 Nefi leggiamo: “In verità, in verità io vi dico: questo è il mio Vangelo; e voi sapete le cose che dovete fare nella mia chiesa; poiché le opere che mi avete visto fare, voi le farete pure; poiché farete proprio ciò che mi avete visto fare.”11

Le interazioni del Salvatore con il popolo nella terra di Abbondanza ci forniscono un modello molto solido per il discepolato. Il Signore benedisse, guarì, insegnò e istituì il sacramento. Pregò con e in favore degli altri. Inoltre, il Nuovo Testamento ci permette di assistere ad altri atti compiuti dal Salvatore che, allo stesso modo, ci viene chiesto di emulare.

Quindi, chi erano gli emarginati che Gesù incontrò? Come rispose e come si comportò con loro?

Secondo me, un esempio è la donna al pozzo di Giacobbe. Esistevano molte ragioni per le quali Gesù, essendo un ebreo, non avrebbe mai dovuto avere una conversazione con lei. In primis, era una Samaritana, un gruppo etnico considerato eretico e impuro dagli ebrei del tempo. In secondo luogo, era anche una donna il cui stato sociale non era paritario con gli uomini. Inoltre, aveva divorziato più volte e, al tempo del suo incontro con il Salvatore, viveva con un uomo che non era suo marito.

Come si comportò Gesù nei suoi confronti? Cosa vediamo fare a Gesù in questa storia? Vi esorto a leggere l’intero racconto che si trova in Giovanni 4. Per riassumere, ciò che iniziò con una richiesta strategica di acqua si concluse con il Signore rivelare la Sua vera identità e l’essenza della Sua missione a questa donna della Samaria la quale, a sua volta, proclamò la sua testimonianza della divinità di Gesù all’intera comunità.

Ricordiamo spesso, quasi con disinvoltura, che Gesù mangiò insieme a pubblicani e peccatori. Chi erano i pubblicani e cosa rese il tempo passato con loro così memorabile? Dalla mia limitata comprensione sull’argomento, i pubblicani erano collaboratori a contratto di Roma. Raccoglievano entrate, incluse le tasse, dal popolo in favore del governo in carica. Poiché lavoravano per Roma, erano considerati traditori dal popolo ebreo. Apparentemente alcuni pubblicani gonfiavano le tasse per il proprio interesse, usavano l’estorsione e la frode per riscattare più soldi di quanto avrebbero dovuto prendere e potrebbero aver usato la forza e la brutalità nel loro lavoro. Per queste ragioni erano odiati, specialmente dai leader ebrei ai tempi di Gesù.

Come rispose Gesù alle critiche farisaiche che seguirono dopo che mangiò insieme ai pubblicani e ad altri di cattiva reputazione? Considerate per un momento che fu durante una di queste occasioni -di cui possiamo leggerne il racconto in Luca 15- che il Signore insegnò tre parabole bellissime ed ispiratrici: la parabola della pecora smarrita, la parabola della dramma smarrita e l’immensamente potente parabola del figliuol prodigo.

Forse una delle più grandi dimostrazioni del ministero di Cristo agli emarginati si trova in Matteo 9, quando un giorno Gesù vide un pubblicano di nome Matteo seduto al lavoro e gli disse:

“Seguimi”.12 Matteo il pubblicano, da una classe sociale disprezzata dagli Ebrei, lasciò il suo posto per seguire Gesù e successivamente venne numerato tra i dodici apostoli originali.

Gesù serviva tutte le categorie di individui emarginati, inclusi i lebbrosi, le prostitute, gli adulteri, gli indemoniati e i soldati romani. Anche mentre si trovava sulla croce agonizzante del Golgota, l’Uno -innocentemente ed eroicamente portatore di tutti i peccati e della fragilità umana- servì con misericordia un ladro contrito che veniva crocifisso accanto a Lui per i suoi crimini.13

Quindi cosa vediamo fare a Gesù con gli emarginati? Come detto in precedenza, Lui mangiò insieme a loro, camminò con loro, pianse con loro, li guarì, li avvalorò e li ascoltò. Cosa più importante, Cristo insegnò ad ognuno la dottrina di Suo Padre -la dottrina della liberazione definitiva: che in Lui e solo attraverso di Lui noi siamo resi liberi dalla schiavitù del peccato e della morte e che in Lui noi superiamo ogni cosa. 

Un Salvatore Emarginato

Credo che sia fondamentale per noi anche ricordare che Cristo stesso visse ai margini e che lo stato da emarginato di Cristo fu intenzionale e fu predetto dagli antichi profeti.

Isaia profetizzò:

Egli è venuto su dinanzi a lui come un rampollo, come una radice ch’esce da un arido suolo; non avea forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza, da farcelo desiderare.

Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.14

Forse Cristo ha dovuto vivere una vita di emarginazione e rifiuto perché il Padre sapeva che quelle due cose sarebbero state sia pervasive che dolorose per molti dei Suoi figli durante la mortalità. La missione di Cristo, secondo Alma, incarnava questo dolore universale:

Ed egli andrà, soffrendo pene e afflizioni e tentazioni di ogni specie; e ciò affinché si possa adempiere la parola che dice: egli prenderà su di sé le pene e le malattie del suo popolo.

E prenderà su di sé la morte, per poter sciogliere i legami della morte che legano il suo popolo; e prenderà su di sé le loro infermità, affinché le sue viscere possano essere piene di misericordia, secondo la carne, come soccorrere il suo popolo nelle loro infermità.15

Seguire i Suoi Passi ai Margini

Se dobbiamo agire allo stesso modo del Salvatore, forse è il caso di chiederci: “Chi sono gli emarginati oggi e come dovrei comportarmi nei loro confronti?” Il tempo non mi permette di fare una lista di ogni gruppo che attualmente sperimenta o che storicamente ha sperimentato l’emarginazione. Sfortunatamente, coloro che vengono serviti dal Signore potrebbero comunque incontrare gli stessi atteggiamenti e pregiudizi ai giorni nostri. Anche se la società al tempo di Cristo considerava le persone emarginate spezzate o difettose, i termini spezzate o difettose non devono essere applicati a coloro che si trovano alla periferia dell’appartenenza e dell’inclusione. Marginalità non significa essere inferiori agli altri, anche se le persone che stanno ai margini sono state erroneamente trattate come tali nel corso della storia.

È anche importante capire che l’appartenenza ad una comunità che storicamente ha subito una pervasiva emarginazione e persino oppressione non significa che tutti i membri di quella comunità si considerano emarginati. Dico questo perchè non sarebbe saggio, partecipando a questo devozionale, per noi andare da qualcuno e dire: “Ehi, Fratello Rash ha detto che devi sentirti emarginato.” Forse non è l’approccio migliore.

Quindi che cosa facciamo? Forse possiamo iniziare espandendo la nostra idea che ci sono persone, in realtà, che non si sentono ancora come se non appartenessero all’università, ai nostri rioni, alle nostre residenze e ai nostri quartieri. Magari non si comportano in modo oppresso, triste o arrabbiato. Tuttavia è importante per noi ricordare che non tutti vivono la BYU, Provo, gli Stati Uniti o persino la Chiesa alla stessa maniera. È anche importante riconoscere che la storia spesso lascia cicatrici profonde e durature.

Il vecchio pregiudizio contro le minoranze razziali ed etniche, contro i poveri, contro le donne e contro i nostri fratelli e sorelle appartenenti alla comunità LGBTQ ha lasciato cicatrici profonde. Allo stesso modo, le differenze religiose continuano a generare profonda divisione ed odio, anche all’interno delle famiglie. 

Durante la celebrazione “Be One”, il Presidente Dallin H. Oaks ha ricordato ai Santi degli Ultimi Giorni che dobbiamo liberarci dal pregiudizio. Ha detto:

Mentre guardiamo al futuro, uno degli effetti più importanti della rivelazione sul sacerdozio è la sua chiamata divina ad abbandonare gli atteggiamenti di pregiudizio contro un qualsiasi gruppo di figli di Dio. Il razzismo è probabilmente la fonte di pregiudizio più familiare ai giorni nostri e siamo tutti chiamati a pentirci di questo. Nel corso della storia, però, molti gruppi di figli di Dio vengono o sono stati perseguitati o svantaggiati dai pregiudizi, come quelli basati sull’etnia, sulla cultura, sulla nazionalità, sull’educazione o sulle circostanze economiche.

Come servitori di Dio che possiedono la conoscenza e le responsabilità del Suo grande piano di salvezza, dobbiamo affrettarci a preparare i nostri atteggiamenti e le nostre azioni -istituzionalmente e personalmente- ad abbandonare tutti i pregiudizi personali.16

Alla BYU la stragrande maggioranza di noi condivide una comune appartenenza alla chiesa, così come credenze e pratiche religiose comuni. Tuttavia, dobbiamo sempre ricordare che qualcuno tra di noi non lo fa e che anche se molti di noi condividono l’appartenenza alla chiesa, ci sono molti modi diversi per essere un membro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni.

Quando il mio senso di ortodossia si confronta con il vostro, potenzialmente ci sono incomprensioni e giudizi. Pensate a questo. Quando il mio senso di ortodossia mi permette di guardare la TV la domenica mentre quella dei miei compagni di stanza no, c’è il rischio che io venga messo ai margini di quella piccola comunità di compagni di stanza.

Prendiamo in esame adesso un esempio più significativo. Ci sono uomini e donne che, per varie ragioni, non hanno servito o non serviranno mai una missione a tempo pieno. Loro esistono giorno per giorno in un mare virtuale di coloro che l’hanno servita. I racconti del loro dolore a causa degli atteggiamenti, conversazioni e giudizi degli altri -anche se fatti in buona fede- mi hanno ripetutamente spezzato il cuore. Non aggiungiamo loro ulteriore peso con la sconsideratezza, il giudizio o l’abbandono.

Non dimentichiamoci anche che ci sono fratelli e sorelle intorno a noi la cui fede nel vangelo restaurato di Gesù Cristo sta venendo meno o è già svanita. Una crisi di fede o una perdita di identità spirituale sono delle esperienze tremendamente disorientanti e spaventose. Forse il nostro atteggiamento nei confronti di coloro che sono in crisi potrebbe essere elaborata attraverso la lente di ciò che noi chiamiamo ministero - un discepolato volto ad “un approccio nuovo e più santo al prenderci cura degli altri”17.  Invece di lavorare per determinare un cambiamento immediato nel comportamento, nelle credenze o nell’atteggiamento, possiamo ascoltare con amore e cercare di capire -sempre pronti, come consigliò Pietro: “a rispondere [...] a chiunque vi domanda ragione della speranza che è in voi, ma con dolcezza e rispetto”18

In Luca 14, Gesù si sedette a cena con un capo fariseo. Cristo colse quell'occasione per insegnare la lezione seguente.

Quando fai un desinare o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi [...]

Ma quando fai un convito, chiama i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi;

e sarai beato19

In altre parole, come discepoli, non passiamo il nostro tempo con coloro che sono come noi o con coloro i quali siamo già a nostro agio. Passiamo il nostro tempo con chi ha esperienze di vita, credenze o costumi diversi dai nostri.

Quando ho letto questa scrittura, ho immediatamente pensato ad un recente discorso offerto da Bryan A. Stevenson, che ci ha insegnato riguardo al “potere in prossimità”20 e allo stare con coloro i quali sono diversi da noi e coloro i quali potrebbero persino sfidarci.

Mentre ci sforziamo di essere discepoli che si avventurano ai margini e che invitano gli altri dalla periferia ad un luogo di appartenenza e abbondanza, sicuramente inciamperemo in noi stessi. Dobbiamo accettare un piccolo inciampo. Chiediamo pazienza e comprensione perché questo è l’inizio di conversazioni importanti. La cosa importante è che ci proviamo. Riconosciamo che esiste per davvero un margine e che alcune persone hanno vissuto su quel margine per molto tempo. Riconosciamo che la storia lascia cicatrici. Ci liberiamo dei pregiudizi e tratteniamo il giudizio. Ascoltiamo con amore e comprensione ed esercitiamo empatia sacra ricordando come anche noi una volta eravamo stranieri nella terra d’Egitto.

Se tutto sembra irraggiungibile od opprimente, ricordate le parole del nostro Salvatore dette al Profeta Joseph Smith:

Non temete, fanciulli, poiché siete miei, e Io ho vinto il mondo; e voi siete fra coloro che il Padre mio mi ha dato;

E nessuno di coloro che il Padre mio mi ha dato sarà perduto.21

Nel nome di Gesù Cristo, amen.

NOTES

 

1. The Mission of Brigham Young University (4 November 1981).

2. The Mission of BYU.

3. Laurie A. Schreiner, “Different Pathways to Thriving Among Students of Color: An Untapped Opportunity for Success,” About Campus 19, no. 5 (November–December 2014), 10.

4. See Matthew 10:29, 31.

5. The Aims of a BYU Education (1 March 1995).

6. See Gregory M. Walton and Geoffrey L. Cohen, “A Brief Social-Belonging Intervention Improves Academic and Health Outcomes of Minority Students,” Science 331, no. 6023 (18 March 2011), 1447–51.

7. 1 Corinthians 12:25–27.

8. Mosiah 4:17–18.

9. Mosiah 4:19.

10. Exodus 23:9.

11. 3 Nephi 27:21.

12. Matthew 9:9.

13. See Luke 23:39–43.

14. Isaiah 53:2–3.

15. Alma 7:11–12.

16. Dallin H. Oaks, “President Oaks’ Full Remarks from the LDS Church’s ‘Be One’ Celebration,” Leaders and Ministry, Church News, 1 June 2018, thechurchnews.com/leaders-and-ministry/2018-06-01/president-oaks-full-remarks-from-the-lds-churchs-be-one-celebration-47280.

17. Russell M. Nelson, “Ministering,” Ensign, May 2018.

18. 1 Peter 3:15.

19. Luke 14:12–14.

20. Bryan A. Stevenson, BYU forum address, 30 October 2018; quoted in Erica Ostergar, “BYU Forum: Creating Justice,” Intellect, BYU News, 30 October 2018, news.byu.edu/news/byu-forum-creating-justice.

21. D&C 50:41–42.

Phillip Rash
Michele Trevisan
Alessandra Grangagnolo

This speech has been translated by

Michele Trevisan & Alessandra grancagnolo