Piante di quinoa e ulivi: Rafforzare la vigna del Signore

RICK JELLEN
Decano Associato del “College of Life Sciences”
Devozionale offerto alla BYU Provo l'11 maggio 2021

Credo che il nostro Padre nei cieli si aspetti che sviluppiamo questa unità e coltiviamo i nostri diversi talenti e capacità in modo da poter essere annoverati tra i "pochi servitori" incaricati di potare ed edificare la Sua vigna (Giacobbe 5:70). Egli ha risparmiato la vigna, così come tutti noi, per questo scopo sacro.

Sono onorato di poter parlare alla comunità della BYU nel devozionale di oggi. Spero e prego che ciò che dirò oggi possa essere accompagnato dallo Spirito in modo che possiate essere edificati ed elevati.
A titolo informativo, mi sono unito alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni quando avevo quindici anni, nel maggio 1978. Io e mio fratello siamo stati cresciuti da nostro padre, che era un ebreo secolare, nella California meridionale. Ci riunivamo per le festività con i nostri zii e zie e in molti modi eravamo profondamente influenzati dal nostro background culturale. Sebbene l'indottrinamento nella religione cristiana non facesse parte della mia educazione, avevo comunque letto molto dell'Antico e del Nuovo Testamento nella mia personale ricerca della verità da adolescente ed ero gradualmente attratto dalla persona e dagli insegnamenti di Gesù Cristo.
 
Il popolo buono e talentuoso di Dio
 
Ho pensato di concentrare il mio discorso su due esperienze che hanno avuto un forte impatto sulla mia vita. Sono accadute quando ero un convertito recente della Chiesa.
La prima esperienza è avvenuta circa una settimana dopo il mio battesimo. Fui invitato da un amico di mio fratello a partecipare ad un servizio di culto domestico di una comunità evangelica. Dopo la riunione, il ministro mi invitò a rimanere per discutere della mia nuova religione. Sebbene condividessimo una fede comune nella missione divina di Gesù Cristo, il suo successivo attacco al personaggio di Joseph Smith fu spietato e, come quindicenne convertito, ero impreparato a difendere la Chiesa. Scoprii quella sera che eravamo in disaccordo su due punti: la mia personalissima testimonianza dello Spirito riguardo alla veridicità del Libro di Mormon e la convinzione fondamentale che non siamo creature ma effettivamente figli di Dio in spirito.
Come l'apostolo Paolo insegnò agli ateniesi ignoranti sull'Areopago, "Egli [Dio] ha tratto da un solo tutte le nazioni degli uomini” che “[sono] dunque progenie di Dio" (Atti 17:26, 29). Penso che questa dottrina risuonasse così profondamente dentro di me perché ero stato cresciuto da mio padre in una famiglia monoparentale. Avevo una profonda comprensione emotiva dell'amore di papà per noi e gradualmente arrivai a capire e ad apprezzare intellettualmente quanto, come genitore single, si fosse sacrificato per crescere me e mio fratello. Di conseguenza, sebbene papà fosse tutt'altro che perfetto, fu naturale e facile per me abbracciare il concetto di un amorevole Padre Celeste che era il grande Dio universale.
La seconda esperienza avvenne alcune settimane o mesi dopo che mi ero unito alla Chiesa. Mio padre era un musicista affermato, un violoncellista della Filarmonica di Los Angeles. Sapeva anche suonare una mezza dozzina di altri strumenti musicali ed era un pittore di grande talento. Un giorno stavamo parlando e mio padre, agnostico, pose una domanda del genere: "Gli ebrei sostengono di essere il popolo eletto da Dio, e quando guardo alla loro enorme influenza storica nelle arti, nella filosofia, nella scienza e negli affari - sproporzionatamente grande, rispetto al loro piccolo numero - devo riconoscere che non è una pretesa oltraggiosa. Se anche i membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni sono il popolo eletto da Dio, come mai non vedo realizzazioni e influenze simili da parte dei membri della tua chiesa?” Il presupposto di mio padre - un'aspettativa comune - è che la vera religione di Dio dovrebbe avere il potere di trasformare i suoi credenti in persone che non solo sono amorevoli, compassionevoli, operose e generose - in altre parole, buone - ma anche persone capaci di risultati straordinari nelle arti, nelle scienze, nello sport, negli affari, nel governo e nella religione. Per esempio, il popolo ebraico può contare più di duecento vincitori di premi Nobel, circa il 20% del totale dei premiati. Credo che anche il presidente Spencer W. Kimball ci abbia creduto, quando rilasciò una dichiarazione audace e sfida nel suo storico discorso del 1975 intitolato "Il secondo secolo della Brigham Young University":
Sono fiducioso e mi aspetto che da questa università e dal sistema educativo della Chiesa sorgano stelle brillanti nel teatro, nella letteratura, nella musica, nella scultura, nella pittura, nella scienza e in tutte le grazie scientifiche. Questa università può essere il luogo di perfezionamento per molti di questi individui che toccheranno uomini e donne in tutto il mondo molto tempo dopo aver lasciato questo campus.1
 
L'amore di un padre
Mettendo insieme queste due esperienze, credo che il nostro amorevole Padre Celeste ci abbia concesso ulteriore grazia attraverso le alleanze che abbiamo fatto. Uno scopo potenziale di queste alleanze è quello di renderci capaci di diventare "stelle brillanti" e agenti di "raffinazione", se decidiamo di farlo. Il vangelo dovrebbe anche generare in noi una maggiore consapevolezza ed empatia per la sofferenza del nostro prossimo. L'ho notato nei miei quasi quarantatré anni di discepolato, quando ho cercato di conoscere Dio attraverso lo studio delle Scritture, servendo nelle chiamate della Chiesa e servendo l'umanità in altri modi. Sono padre di quattro figli e ora anche nonno di tre adorabili ragazzini. Spero naturalmente che emulino il tipo di scelte di vita che mi hanno portato grande felicità. Se Dio è anche mio padre, non dovrebbe logicamente avere la stessa speranza e le stesse aspettative per tutti i Suoi figli?
Nel suo discorso della conferenza generale intitolato "La grandezza di Dio", l'anziano Jeffrey R. Holland ci ha insegnato una verità chiave su come possiamo arrivare a conoscere Dio:
Tra i molti scopi supremi della vita e del ministero del Signore Gesù Cristo sulla terra, un aspetto della Sua missione viene spesso tralasciato. All’epoca i Suoi discepoli non lo compresero appieno e molti cristiani oggi non riescono a percepirlo, ma lo stesso Salvatore ne parlò spesso e con fervore. Si tratta del principio che tutto ciò che Gesù disse e fece, soprattutto la Sua dolorosa espiazione e il Suo sacrificio, ci mostra meglio chi sia Dio, il nostro Padre Eterno….Con parole e azioni Gesù cercava di rivelare e rendere personale per ognuno di noi la natura del Padre Suo e del Padre nostro nei cieli.
Almeno in parte lo fece perché, ora come allora, tutti noi dobbiamo conoscere Dio più  pienamente per poterLo amare più profondamente e obbedirGli più devotamente.2
Per inciso, ho fatto un conteggio delle parole e ho scoperto che Gesù si è riferito a Dio con il titolo di "Padre" 180 volte in 3 Nefi e 113 volte nel Vangelo di Giovanni - molto più frequentemente di qualsiasi altro titolo della Divinità.
Dopo aver citato il profeta Joseph Smith nelle Lezioni sulla fede e anche la grande preghiera di intercessione del Salvatore in Giovanni 17, l'anziano Holland ha continuato sottolineando che avere una corretta conoscenza del carattere e degli attributi di Dio è essenziale per poter esercitare il tipo di fede che ci porta alla vita eterna. Perciò il Salvatore ha insegnato nella grande preghiera di intercessione che " E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo." (Giovanni 17:3). L'anziano Holland ha anche evidenziato due esempi scritturali tratti da Mosè 7 e dall'allegoria degli ulivi di Zenos in Giacobbe 5. Entrambi questi racconti presentano un Padre Celeste avvilito che piange sui Suoi figli violenti e corrotti.3 Quanto è meraviglioso pensare a Dio come nostro Padre, dotato di un corpo glorificato e di passioni, tra cui le grandi emozioni di amore ed empatia - e noi siamo tutti Suoi figli!
L'empatia del Padre Celeste fa eco all'empatia del Figlio. Amo come Alma ha insegnato alle persone di Gedeone che Gesù avrebbe volontariamente "pre[so] su di sè le pene e le malattie ... [e]infermità" dell'umanità "[per poter] conoscere, secondo la carne, come soccorrere il suo popolo" (Alma 7:11-12) e sarebbe diventato un "uomo di dolore, familiare col patire" (Isaia 53:3) per il nostro bene. Mi domando cosa implichino queste scritture riguardo al bisogno dei discepoli di emulare il Salvatore e familiarizzare con le sofferenze del nostro prossimo.
 
Curiosamente, il padrone della vigna in Giacobbe 5:49 sembrava mettere alla prova l'empatia del servo quando propose: "Andiamo e abbattiamo gli alberi della vigna e gettiamoli nel fuoco, che non ingombrino il terreno della mia vigna, poiché ho fatto tutto." Segue una domanda che il maestro aveva posto due volte precedentemente: "cosa avrei potuto fare di più per la mia vigna?"
 
Il servo emise questa supplica: "Risparmiala ancora un poco" ( Giacobbe 5:50)
 
Il Docile e il Selvaggio
L'allegoria degli alberi d'ulivo è particolarmente interessante per me da quando sono un genetista delle colture. I miei meravigliosi colleghi, studenti ed io studiamo due colture e le loro relazioni con parenti selvatici: quinoa e avena. Queste colture sono totalmente non correlate agli alberi d'ulivo e i tre hanno origine in emisferi diversi, ma la quinoa, l'avena e gli alberi d’ulivo condividono due caratteristiche: la prima, sono state addomesticate dalle erbacce invasive, e la seconda, tendono a tornare alle loro forme erbacee ancestrali.
 
Per me è interessante che i "docili" o ulivi addomesticati che producono grossi frutti commestibili sono frequentemente prodotti da innesti di rami di ulivo addomesticati ( il termine orticolo è rampollo) su portainnesti di olivo selvatico. La genetica diversa del portainnesto dell'olivo selvatico fornisce all'intera pianta, incluso il rampollo coltivato, una resistenza naturale a parassiti, malattie e fattori di stress ambientale come la siccità ed il caldo estremo. Poiché il portainnesto selvatico è così ben adattato e vigoroso, se non ce ne si prende cura con potature regolari, i germogli che emergono dal portainnesto possono crescere fino a soffocare i rami superiori del rampollo, e quest'ultimo alla fine appassirà e morirà. Allo stesso modo, se il rampollo non viene potato con cura, questa parte del ramo diventa pesante, esercitando uno sforzo letale sul portainnesto.
 
Non è difficile vedere che gli ulivi, l'avena e la quinoa possono servire come meravigliose metafore che rappresentano le persone e la diversità umana. Nelle colture delle piante, di solito ci riferiamo alle piante domestiche come addomesticate o "élite" e sebbene ci riferiamo spesso a piante "selvatiche", il termine preferito è “esotico” quando parliamo di germoplasma ( o materiale vegetale) che intendiamo usare nel miglioramento genetico delle colture.
 
Ovviamente, in questa metafora (o élite) il germoplasma rappresenta i veri credenti che, seguendo i passi dal maestro, portano il buon frutto (3 Nefi 14:17) del Vangelo: agire con gentilezza e compassione; impegnarsi nel lavoro missionario e di tempio; creare case piene di amore in cui le famiglie siano ammaestrate dallo Spirito e compiendo molte altre buone opere che benedicono l'umanità in una miriade di modi. Ma il buon frutto non potrebbe rappresentare anche capolavori artistici e scoperte scientifiche rivoluzionarie?
 
In contrasto, il selvaggio (o esotico) germoplasma rappresenta le vite devote all' incurante autoindulgenza, irresponsabilità, violenza e disobbedienza alla coscienza che " illumina ogni uomo che viene nel mondo " (DeA 93:2). Tuttavia, sia il padrone della Vigna che il servo vedono che c'è valore negli ulivi selvatici; hanno il potenziale per diventare domati dal valore raffinatore dell'esperienza perché, dopotutto, anche loro sono figli di Dio.
 
Il Rischio di Sacrificare la Diversità
All’inizio della mia carriera, ho ricevuto un'eccellente lezione del mondo reale sull'importanza della diversità della genetica nella produzione delle colture. Nel semestre autunnale del 1985, durante il mio anno da senior alla BYU, un giorno fui sorpreso di ricevere una chiamata di reclutamento dal Dr. Don Rasmussen, il direttore degli studi universitari del programma di produzione delle piante all'università del Minnesota Twin Cities. Era un laureato all’università dello Utah, un nativo di Efraim, Utah, e forse il coltivatore di orzo da birra di maggiore successo negli Stati Uniti. Alla fine, decisi di frequentare l'università del Minnesota, e l'autunno successivo mi ritrovai nel corso sul miglioramento genetico di colture auto-impollinate del Dr. Rasmussen. 
 
Gli obiettivi primari del miglioramento gentico del Dr. Rasmussen erano di produrre orzo da birra di qualità eccezionale che avesse rese elevate e un'importante resistenza genetica alle due più grandi malattie dell'epoca. Al fine di migliorare i tratti del malto complesso e dell'alto rendimento, il suo programma sacrificò la diversità della genetica; tutte le sue migliori varietà, che sono ancora considerate lo standard per la qualità del malto, erano strettamente imparentate l'una con l'altra nel tentativo di concentrare le forme genetiche (o alleli) per questi due tratti. Di conseguenza, lui e i suoi colleghi prestarono poca attenzione alle malattie minori che occasionalmente si presentavano e causavano piccole perdite di resa.
Nella primavera del 1993, l'anno in cuI conseguii il mio dottorato, il Midwest superiore visse la primavera più piovosa degli ultimi secoli. L'alto livello di umidità e le basse temperature crearono le condizioni perfette per una di quelle malattie dell'orzo altrimenti irrilevanti: Fusariosi della spiga o scabbia del grano. Il fusarium fungus non solo riduce la resa in grani ma produce anche una tossina, il deossinivalenolo (DOU) - comunemente chiamata vomitossina, a causa del suo effetto sui maiali nutriti con grano infestato. Quello fu il primo di una serie di anni piovosi consecutivi che videro la fusariosi della spiga crescere fino a diventare la principale malattia dell'orzo e del grano nella grande regione di produzione di cereali primaverili della Red River Valley. Le statistiche sulla produzione dell'orzo della USDA dal 1987 al 2002 mostrano una drastica diminuzione della produzione dell'orzo in quest'area che comprende il Nord Dakota orientale, nonché parti del Minnesota e del Sud Dakota e si estende fino alla provincia canadese di Manitoba. Allo stesso tempo, molti coltivatori negli Stati occidentali più aridi del Montana, dell' Idaho e di Washington passarono dalla produzione di mangimi alla produzione di orzo da birra. Quasi trent'anni dopo, i coltivatori di grano e orzo sono ancora alla disperata ricerca di fonti di resistenza geneticamente diverse ed esotiche a questa malattia, e gran parte della produzione di orzo da birra negli Stati Uniti sembra essersi trasferita permanentemente negli stati occidentali.
 
La Reclamata Regione della Quinoa
Il nostro gruppo di ricerca alla BYU, che è co diretto da me e dai dott. Jeff Maughan e David Jarvis, fa parte di uno sforzo internazionale per coltivare la quinoa più adatta a crescere in tutto il mondo, compresi i bassopiani dei tropici. Gli agricoltori dell'Africa, dell'Asia meridionale e delle regioni pianeggianti dell'America Latina vorrebbero poter coltivare la quinoa e darla da mangiare ai loro bambini grazie al suo eccellente contenuto di proteine ​​e minerali. Ciò è particolarmente vero da quando il boom della quinoa è iniziato intorno all'anno 2005.
I ceppi di quinoa d'élite sono stati coltivati dalle antiche civiltà delle alte montagne delle Ande per essere produttivi in ​​ambienti molto freddi e ad alta quota. (La principale area di produzione è nelle valli e negli altopiani andini a più di dodicimila piedi sul livello del mare, centinaia di piedi più in alto della cima del Monte Timpanogos che incombe sul campus BYU!) Tuttavia, altri tipi di quinoa coltivati sono presenti lungo la stretta fascia costiera del Cile centro-meridionale e tipi erbacei (comunemente noti come "cinquefoglia pié d'oca", a causa della forma particolare della foglia) si possono trovare in tutte le regioni di pianura del Cile, dell'Argentina e degli Stati Uniti. Prima che iniziassimo a lavorare sul problema, i ceppi di piede d’oca nordamericani non erano riconosciuti come prezioso germoplasma esotico per l'allevamento della quinoa di pianura.
 
All'inizio del 2003, solo due anni dopo l'inizio del nostro progetto di ricerca sulla quinoa, visitai i tradizionali campi di produzione della quinoa nell'altopiano boliviano. Lì, i campi di quinoa altamente diversificati erano in parte infestati dalla cinquefoglia pié d'oca locale, ed i due venivano spesso impollinati in modo incrociato. Gli agricoltori impoveriti senza meccanizzazione camminavano attraverso i campi e raccoglievano la quinoa erbacea dai semi neri, che spesso consumavano in forma spuntata. Più tardi, all'inizio di Novembre del 2003, mi allontanai per un giorno da una conferenza scientifica a Denver per vedere come prendeva forma la produzione di quinoa negli Stati Uniti, visitando le principali regioni di crescita intorno ad Alamosa nel Sud del Colorado. Il coltivatore scoraggiato del Colorado che incontrai si lamentava del fatto che ogni tre anni avevano subito perdite di resa quasi totali a causa delle pressioni degli insetti nocivi e del caldo eccessivo. Da quelle due esperienze, i miei colleghi ed io iniziammo a pensare che forse la soluzione alla mancata produzione di quinoa negli Stati Uniti era di incrociarla con ceppi di cinquefoglia pié d'oca adattatisi alle pianure. 
 
L'anno successivo, nel 2004, iniziammo a raccogliere semi di colture erbacee, principalmente nello Utah e in Arizona. Da allora, la nostra collezione si è ampliata per includere campioni provenienti da centinaia di colture di cinquefoglia pié d'oca che crescono in ambienti diversi come i deserti di Sonora e Mojave, la costa del Golfo del Messico, le Grandi Pianure, la California e persino a est nella costa del New England. Ora stiamo innestando tipi di quinoa d'élite con queste varietà esotiche di piè d'oca e stiamo producendo colture riproduttive che condividiamo con gli allevatori di quinoa in una dozzina di paesi in quattro continenti.
 
Due anni fa, mentre stavamo visitando la regione della quinoa del Colorado, questa volta durante la stagione di crescita, abbiamo notato che i campi di produzione avevano piante autoctone di piè d'oca che crescevano intorno ai loro confini. Inoltre, i campi di quinoa contenevano molte piante che mostravano caratteristiche intermedie tra la quinoa e la forma erbacea, proprio come eravamo abituati a vedere nei campi di quinoa andini in Bolivia e Perù. L'anno successivo abbiamo campionato quindici piante che mostravano vari gradi di caratteristiche del piè d'oca, e dopo l'analisi della sequenza del DNA da parte di uno dei miei studenti, Jake Taylor, e dei Dottori Maughan e Jarvis, abbiamo confermato l'ampia introgressione dei geni della pié d'oca in questa popolazione. È interessante notare che, molti anni dopo il disastro della quinoa del 2003, il problema non era più la mancata semina; ora il problema era l’eterogeneità dovuto al processo naturale di incroci, che stava convertendo la quinoa in una coltura adattata attraverso la miscelazione genetica con il suo cugino erbaceo ma nativo. In altre parole, i geni del piè d'oca avevano letteralmente salvato l'industria della quinoa del Colorado.
 
Sebbene la quinoa andina sia stata allevata per un tipo di ambiente molto specifico, all'interno del DNA delle cellule di quinoa c'è un'ulteriore diversità genetica perché è un poliploide, una pianta che anticamente combinava i cromosomi di due distinte specie di diciotto cromosomi in un'unica pianta da trentasei cromosomi. A causa di questa maggiore diversità, quell'antenato di trentasei cromosomi era più vigoroso dei suoi parenti diploidi di diciotto cromosomi ed era quindi in grado di invadere e colonizzare una gamma molto più ampia di habitat, da cui la sua dispersione negli ambienti di pianura e di altopiano del Nord e Sud America come l’erbaccia piè d'oca. Quando gli esseri umani migrarono nell'emisfero occidentale, la pianta piè d'oca si era già adattata ai disturbi causati dagli umani mentre questi ultimi liberavano la terra per i campi di caccia e, infine, i giardini e i villaggi. Gli umani hanno iniziato a consumare foglie di piè d'oca, il cui sapore ricorda quello dei cugini spinaci, e alla fine hanno iniziato a consumare i piccoli ma nutrienti semi neri. Col tempo, i primi agricoltori indigeni raccolsero piante con semi più grandi e non neri e iniziarono a seminare questi, e così l'addomesticamento della quinoa iniziò nelle Ande e in almeno altri due luoghi nell'antico Nord America.
 
La cultura di Cristo
 
Se la diversità genetica è così importante per la sopravvivenza delle colture, che dire degli esseri umani? Mentre la risposta genetica a questa domanda è un sonoro sì, credo che anche la risposta culturale a questa domanda sia sì. Insieme al Dr. Len Novilla, professore di sanità pubblica alla BYU, ho co-presieduto il Comitato per la diversità e l'inclusione del nostro college. Abbiamo esaminato la letteratura organizzativa e di leadership attentamente eseguita da tutto il paese. I dati, anche provenienti da fonti affidabili come la Harvard Business Review, indicavano che le aziende e altre organizzazioni con strutture di leadership con etnie e generi diversificati, superavano costantemente di gran lunga quelle più omogenee. È stato incredibile assistere alla parata della diversità culturale ed etnica volutamente mostrata nella sessione della domenica mattina della Conferenza Generale di aprile 2021! Chiaramente la dirigenza della Chiesa riconosce il valore delle nostre molteplici origini etniche e culturali e le varie esperienze. In futuro avremo ancora più successo poiché la nostra leadership riflette il panorama sempre diversificato dell'appartenenza alla Chiesa internazionale.
 
Tornando alla domanda di papà sui successi degli ebrei rispetto ai membri della nostra chiesa, è possibile che la differenza di produzione tra i nostri due gruppi di credenti possa essere ricondotta alla diversità? Guardando la storia degli ebrei, vediamo un gruppo religiosamente ed etnicamente coeso di persone che inizialmente emigrarono o furono cacciate dalla loro patria del Vicino Oriente in ambienti multiculturali tumultuosi e spesso pericolosi in luoghi come l'Europa centrale e orientale, l'Iberia e il Marocco , il Mediterraneo orientale, l'Arabia meridionale e l'Etiopia. La chiamiamo Diaspora Ebraica; appropriatamente, questa parola deriva da un termine botanico, diasporo, che si riferisce al seme e a tutti i tessuti vegetali associati necessari per ottenere la separazione dalla pianta madre. All'interno di questi diversi ambienti sorsero distinte culture ebraiche ashkenazite, sefardite, mizrachi, temani e falasha.
 
Paragonate questa esperienza storica con la primitiva Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Per rivelazione abbiamo sostanzialmente fatto l'esatto contrario; siamo fuggiti dalla persecuzione negli Stati Uniti orientali per il relativo isolamento del deserto occidentale. Sebbene la Chiesa abbia inviato missionari in molte parti del mondo, per il primo secolo abbiamo riportato i convertiti per l'assimilazione qui a Sion. Di conseguenza, sebbene la Chiesa abbia raccolto qui nello Utah decine di migliaia di convertiti scandinavi—che nel censimento del 1900 rappresentavano il 16% della popolazione dello Utah 4 —i discendenti di Svedesi e Norvegesi con cui ho vissuto per sei anni nel Minnesota sembravano avere una maggiore affinità con le loro radici multiculturali rispetto ai loro cugini qui nello Utah. Questo nonostante la nostra forte dedizione al tempio e al lavoro genealogico nella Chiesa.
 
Mi chiedo se un risultato del raduno fisico a Sion sia che a volte confondiamo la prevalente cultura dell'Intermountain West in cui viviamo qui nello Utah e nell'Idaho sudorientale con una "cultura della Chiesa" ufficiale, aspettandoci che i nostri convertiti provenienti da contesti multiculturali e internazionali adottino i modelli culturali di qui come prova della loro conversione completa. Nella conferenza generale dello scorso ottobre, l'anziano William K. Jackson dei Settanta ha parlato di una "cultura di Cristo" universale. Ha notato:
 
[La cultura di Cristo] nasce dal vangelo di Gesù Cristo, che è eterno e spiega il perché, il cosa e il dove della nostra esistenza. (Include, non esclude.) . . .
La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni non è una società occidentale o un fenomeno culturale americano. È una Chiesa internazionale, come era sempre stabilito che fosse. . . . I nuovi membri di ogni parte del mondo portano ricchezza, diversità ed entusiasmo nella nostra famiglia che continua a crescere. 5
 
Affinché la BYU possa soddisfare la profetiche speranze, aspettative e prove - il guanto di sfida lanciato quarantacinque anni fa dal presidente Kimball - e diventare pienamente una "padrona di casa raffinata" di "stelle brillanti", credo che dobbiamo accogliere e coltivare la sempre crescente diversità dei nostri fratelli e sorelle multiculturali americani e internazionali in tutte le loro etnie, culture, lingue ed esperienze di vita. Il Salvatore stesso ci ha invitato a “conoscere . . . il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesú Cristo”, nella stessa preghiera al nostro Padre dicendo: “che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me ed io sono in te, anch'essi siano in noi» (Giovanni 17:3, 21). Inoltre, credo che il nostro Padre in cielo si aspetta che sviluppiamo quest’unità e coltiviamo i nostri diversi talenti e capacità in modo che possiamo essere annoverati tra i "pochi" servitori nell'allegoria degli ulivi incaricati di potare ed edificare la sua vigna (Giacobbe 5:70). Egli ha risparmiato la vigna, così come ha risparmiato tutti noi, per questo sacro scopo.
 
Sono profondamente grato per i due giovani missionari, gli Anziani Leavitt e Jenkins, che bussarono alla mia porta tanti anni fa. Attesto che il Vangelo di Gesù Cristo che mi hanno insegnato è vero. Amen.
NOTE:
 

[1] Sito: https://oficinadelperegrino.com/en/statistics/ 2020. (English).
[2] Quoted by Boyd K. Packer, “A Tribute to the Rank and File of the Church,” Ensign, May 1980, 62. (English).
[3]Dizionario di Oxford online: alone, atone. (English).
[4] Gerrit W. Gong, “Il nostro falò di fede,” Liahona, Novembre 2018.
[5] Brene Brown, “The Gifts of Imperfection,” Hazelden Publishing, Minnesota, 2010, 56-57. (English only).
[6] Jeffrey R. Holland, “Voi dunque siate perfetti, alla fine” Liahona, Novembre 2017.
[7] Russell M. Nelson, “Perfection Pending,” Ensign, November 1995. (English).
[8] C.S. Lewis, L’onere della gloria.
[9] Neal A. Maxwell, “Notwithstanding My Weakness,” Ensign, November 1976. (English).
[10] Richard L. Evans, Conference Report, Oct. 1952, 95. (English).
[11] John R. Rosenberg, “The Syntax of Creation,” Humanities at BYU, Fall 2013, 2-3. (English).
[12] Russell M. Nelson, “Gioia e sopravvivenza spirituale,” Liahona, Novembre 2016.
[13] Dan Baker, What Happy People Know, St. Martin’s Press, New York, 2003, 71-76. (English).
[14] ibidem.
[15] Thomas S. Monson, “Guideposts for Life’s Journey,” BYU Devotional, November 13, 2007. (English).
[16] Dieter F. Uchtdorf, “Vivere in un mondo frenetico,” Liahona, Giugno 2015.
[17] Thomas Wayment, “The New Testament: A Translation for Latter-Day Saints,” Religious Studies Center, Brigham Young University, 2019, 307. (English).
[18] Jean B. Bingham, “Porterò la luce del Vangelo nella mia casa,” Liahona, Novembre 2016.
[19] Henry B. Eyring, “Feed My Lambs,” Ensign, November 1997. (English).
[20] Codex Calixtinus, Inno Dum Pater Familias.
[21] Joseph B. Wirthlin, “Il gran comandamento,” Liahona, Novembre 2007.
Ilaria Silli.PNG

Questo discorso è stato tradotto
da
Ilaria Silli, Stefania Viterbo e Eleonora Caravella